Chi vuole imparare come diventare producer, e si cimenta per la prima volta oggi nel mondo della produzione musicale, grazie al web ha a disposizione un arsenale infinito di contenuti informativi, quali ad esempio video, tutorial, guide, trucchi, consigli e suggerimenti, la maggior parte dispensati gratuitamente o in cambio di un piccolissimo investimento.

Meno di quindici anni fa, tutto questo era semplicemente impensabile o appannaggio davvero di pochissimi; oggi siamo vivi e protagonisti in una delle età più floride, dai punti di vista dell’informazione e dell’immediatezza con la quale è possibile raggiungere vaste conoscenze e aggiornarsi su qualsiasi argomento… e portarselo in tasca.

Tuttavia, quasi sempre accade di sentirsi risucchiati in un marasma nozionistico per poi accorgersi che, dopo aver usufruito di un’ingente quantità di contenuti didattici, non si è imparato granché, e la qualità dei propri lavori non è cambiata poi così tanto o non è cambiata affatto; ciò genera un grande sconforto e spinge molti a rinunciare o a rifugiarsi in composizioni loop-based che offrono sì una certa velocità di produzione, ma che di fatto non suonano come niente di nuovo.

I creatori della maggior parte delle guide in circolazione semplicemente non tengono conto, e il neofita non sa, che, sebbene la musica sia un’attività squisitamente emozionale, la buona riuscita di un album, o di un singolo brano, è il risultato di una complessa serie di soluzioni tecniche e razionali, adattate e applicate alla creatività e ai mezzi del singolo musicista.

Per firmare produzioni di una certa qualità è necessario saper passare, secondo necessità, dalla mentalità sognante del musicista a quella analitica del produttore, sapersi destreggiare fra l’estetica e la tecnica senza lasciarsi trascinare troppo in nessuno dei due mondi, poiché alla fine dei giochi, il parere più pesante nel decretare la buona riuscita di un’opera, è quello di chi ne fruisce.

Occorre inoltre possedere una profonda, radicata conoscenza dei propri strumenti: la mia diretta esperienza a riguardo mi ha portato a imparare che sai di conoscere davvero il tuo strumento solo quando da un suo limite riesci a trarre un vantaggio.

(Doepfer Dark Energy II, Roland U-20 custom mod (1988), Arturia Beatstep Pro Black Limited Edition – Fonte: Studio Analog Arts)

Non è incoraggiante, ma non si diventa produttori professionisti in 24 ore dopo aver visto un video su YouTube, e non è un caso che il percorso di formazione tradizionale di un musicista, o di qualsiasi altra figura addetta ai lavori possa durare alcuni anni o addirittura una vita intera, e qui voglio scardinare un altro mito: la musica elettronica non è più facile o immediata dell’altra.

Quest’articolo si propone come il punto di riferimento iniziale per tutti coloro aspirino a produrre musica elettronica con cognizione di causa, e non pigiando tasti a caso.

Potremmo definire “musica elettronica” tutta quella musica prodotta prevalentemente mediante l’uso di “strumentazione elettronica”.

Sebbene, formalmente, non rientri in questa categoria la musica tradizionale, quale ad esempio una canzone rock, suonata con strumenti deliziosamente acustici MA mixata con un computer secondo metodi ITB (In The Box, ossia all’interno di una DAW), neanch’essa è al di fuori dal dominio delle possibilità offerte dalla manipolazione informatica del suono, pertanto, questo articolo è utile anche ai musicisti “tradizionali”.

Introduzione all’audio digitale

Per imparare a conoscere e comprendere le dinamiche della produzione musicale elettronica è doveroso innanzitutto conoscere e saper gestire le proprietà dell’audio digitale.

A differenza del carattere continuo dell’informazione analogica, in cui si passa da uno stato a quello successivo attraverso una serie infinita di valori intermedi, l’informazione digitale ammette solo due possibili valori, che sono 1 (acceso) e 0 (spento), tra i quali non c’è niente.

Il materiale audio presente nel nostro computer è materiale audio digitalizzato: quando mandiamo in riproduzione dell’audio, sia esso un brano, una traccia o una clip su Ableton Live, stiamo in realtà ascoltando una conversione in audio dell’informazione numerica che ne descrive il contenuto.

A differenza dei supporti analogici, quindi, il brano nel nostro computer non c’è, non è impresso da nessuna parte: ne è bensì presente una descrizione digitale, più o meno accurata, che il DAC (Digital to Analog Converter) della scheda audio traduce in forma analogica, affinché noi, attraverso un sistema di ascolto, la possiamo sentire.

Il procedimento di digitalizzazione dell’audio è detto campionamento, mentre la sua accuratezza è descritta nei parametri di Sample Rate (frequenza di campionamento) e Bit Depth.

Impariamo a conoscerli…

Sample Rate (frequenza di campionamento)

Così come un filmato è composto da un certo numero di fotogrammi al secondo, l’audio digitale in “qualità cd” (il noto standard “16bit 44.1kHz”) è composto da 44100 campioni al secondo. Ciò significa che, durante una registrazione, il convertitore AD (Analog > Digital) della nostra scheda audio “scatta” al segnale sonoro in ingresso 44100 “fotografie” al secondo, che vengono poi immagazzinate e ordinate dal computer per formare la controparte digitale del suono analogico originario. Ciascuno “scatto” è detto campione, o sample;

la frequenza di campionamento definisce il numero di sample acquisiti in un secondo.

Un Sample Rate elevato porta a una maggiore fedeltà di acquisizione, i cui vantaggi sono estremamente apprezzabili in fase di editing, soprattutto in operazioni di flex time e flex pitch, in quanto: più campioni abbiamo a disposizione, più possiamo spingerci nella manipolazione sonora senza che la naturalezza del timbro originario ne risenta.

I Sample Rate più utilizzati sono 44.1kHz, 48kHz e 96kHz; è utile ricordare che a frequenze maggiori corrispondono anche stress maggiori per l’hardware, nonché maggiore richiesta di spazio su disco per la memorizzazione dei file audio.

(Sopra: modulo convertitore AD/DA MOTU 24 I/O. Sotto: dettaglio della sua scala di clock. – Fonte: Studio Analog Arts)

Bit Depth

Questo parametro definisce la risoluzione dinamica di ogni singolo sample e influisce notevolmente sulla qualità finale del nostro lavoro, scopriamo come e perché:

il parametro della risoluzione in bit stabilisce la quantità di “memoria” dedicata a ogni sample e di conseguenza la dinamica dell’audio.

Oggigiorno, quasi tutte le schede audio presenti in commercio possono lavorare a 16 o a 24 bit.

Impostando la propria scheda audio per lavorare alla risoluzione di 16 bit, le si permette di catturare 216 livelli audio, ossia 65.536 possibili livelli, equivalenti a un range dinamico teorico di 96dB. Alla risoluzione di 24 bit, ogni singolo campione sarà descritto da 224 possibili stati, corrispondenti a 16.777.216 possibili livelli audio, equivalenti a un range dinamico teorico di ben 144dB!

(Registrazione a 24 bit attiva su DAW Apple Logic Pro X; quando l’opzione è inattiva, il default è 16 bit.)

Mettendo a confronto lo standard CD (16bit, 44.1kHz) e lo standard MFiT (Mastered For iTunes – 24bit, 96kHz) siamo ora in grado di comprenderne la differenza: nel primo caso si hanno 44.100 campioni di suono al secondo, descritti da 65.536 livelli audio, mentre nel secondo caso abbiamo 96.000 campioni di suono al secondo descritti in ben 16.777.216 possibili livelli audio.

Una differenza impressionante, che tuttavia si paga in termini di spazio su disco e stress per tutto l’hardware, e non solo: proprio a causa del maggior carico sull’hardware, lavorare con valori di campionamento elevati forza a un utilizzo limitato dei plug-in. Ne deriva che:

la scelta di queste impostazioni, spesso sottovalutate e ignorate, pregiudica in maniera considerevole TUTTO il processo di produzione! È fondamentale, pertanto, scegliere valori elevati solo nel caso in cui si ha a che fare con composizioni dall’escursione dinamica significativa e sfumature timbriche davvero particolari, e/o nel caso in cui si prevedano profondi interventi di editing.

Le impostazioni di campionamento sono dunque da ponderare in funzione delle caratteristiche musicali dell’opera, e alla strumentazione in uso.

I neo-produttori dovrebbero tenere a mente che la scelta a priori dei più alti valori di campionamento possibili NON è sufficiente a far suonare bene un brano e anzi, se la catena di acquisizione audio non fosse delle migliori, fosse particolarmente economica o addirittura scadente, certe carenze sarebbero riportate ancor più fedelmente e con ancor più dovizia di particolari!

Vi è poi un aspetto di tutt’altra natura a cui, spesso, i neofiti di qualsiasi genere musicale, non rivolgono la giusta attenzione. Scopriamolo assieme…

L’importanza dell’arrangiamento (e come esso influisce sul mix)

Siamo in grado di descrivere il suono come un fenomeno fisico-sensoriale, prodotto da un’energia che viaggia sino alle nostre orecchie attraverso un mezzo, come ad esempio l’aria, e che si descrive graficamente con parametri di frequenza e di ampiezza.

Anche il rumore è un fenomeno fisico-sensoriale, prodotto da un’energia che viaggia sino alle nostre orecchie attraverso un mezzo, etc… Dove sta dunque la differenza?

Sebbene il rumore sia comunemente identificato come una qualche sensazione uditiva sgradevole/non desiderabile, la vera differenza tra suono e rumore ha a che fare con l’organizzazione all’interno di un contesto musicale, definito anche “programma” musicale o arrangiamento.

Una nota casa automobilistica, qualche anno fa, stupì le masse con uno spot pubblicitario la cui colonna sonora consiste unicamente di volgari rumori di sportelli sbattuti, frizioni schiacciate, freni a mano tirati, colpi di clacson, rumori di pneumatici che stridono, tergicristalli, frecce, pulsanti e quant’altro esista di più distante in un’auto, dal suono di un tipico strumento musicale.

Ciascun rumore fu però registrato, o meglio “campionato“, e successivamente accuratamente organizzato per formare un “beat” secondo un arrangiamento decisamente accattivante e geniale.

Che sia prodotto con strumenti musicali tipici oppure no, un programma musicale ben organizzato consta di un arrangiamento studiato in modo tale da garantire una convivenza armonica delle tonalità, delle timbriche, delle ritmiche e delle sfumature date dal tocco personale sullo strumento con cui il musicista, a seguito di un’ispirazione, o di una lunga ricerca, ha scelto di esprimersi.

(Un esempio di strumento musicale decisamente non tipico… [D]Bass – Fonte: Massimo Olla [D]Ronin Custom Shop)

Adottare un approccio che rispetta le suddette caratteristiche non solo porterà le vostre produzioni a un livello superiore, ma può semplificare anche del 90% il lavoro in fase di mixing!

Il motivo di quanto appena detto risiede nel fatto che in un arrangiamento ben studiato ciascun suono è funzionale all’insieme e non sovrasta gli altri, pertanto non occorrerà mai perdersi in acrobazie con equalizzatori, compressori e tecniche di side-chaining, se non a scopo puramente artistico, di abbellimento di qualcosa che di per sé già funziona.

È dunque di fondamentale importanza, prima di perdere tre ore attorno al “threshold” di un compressore per poi accorgersi che era in bypass, rivolgere maniacale attenzione allo studio dell’organizzazione strutturale e strumentale dei pezzi di cui firmerete la produzione: cominciare a farlo è la chiave di volta per salire di livello.