È ormai cosa nota a tutti che, oggi, con uno smartphone e delle buone cuffie, chiunque (o quasi) può creare musica accattivante e, per una trentina di euro, ottenere un mastering online piuttosto convincente.

È il nuovo concetto di #producerlife: comporre un beat in una notte, comodamente sdraiati sotto le coperte, rilasciarlo sui social e renderlo virale a colpi di repost su Instagram, fino a trovare un (t)rapper che ci scriva sopra delle “barre”.

Da qualche altra parte c’è poi chi lavora alla “vecchia” maniera, irriducibili teste old-school che temono la polvere sui fader, e i “preset” li salvano a penna su centinaia di “recall sheet”; mi giunge addirittura voce che ci sia più di qualcuno che ancora taglia e incolla nastri magnetici.

Di cosa stiamo parlando?

L’intero mondo della musica è in preda a una rivoluzione compulsiva, tra brutali accelerazioni verso l’immediatezza tascabile e ricorrenti flashback sull’era analogica: così come l’aspetto commerciale e di distribuzione, anche l’aspetto creativo/produttivo non è esente da questi terremoti, eppure, a un livello più profondo, ci sono delle cose che non cambiano.

Una di queste è l’importanza della figura del produttore: tra il produttore e l’artista (o la band) si instaura un legame animicopsicologico da cui il flusso creativo di un brano, o di un disco, attinge metodo e rinnovata bellezza: spesso, infatti, il produttore è più artista dell’artista stesso, ma sceglie di non esporsi a un vasto pubblico come quest’ultimo, preferendo nicchie più ricercate di ascoltatori il cui feedback permette di evolvere molto e relativamente molto rapidamente.

(Analogico e digitale: due mondi a confronto – Fonte: Studio Analog Arts)

 

Fino a pochi anni fa, il consiglio di NON fare tutto da soli riguardava solo, o in prevalenza, le difficoltà tecniche della produzione e della post-produzione, fasi che era sempre meglio lasciare a orecchie “fresche” e mani esperte.

Sono infatti davvero pochi i musicisti realmente capaci di fare tutto da soli e ancor meno quelli che, pur essendo consapevoli di esserne capaci, nutrono il buonsenso e l’umiltà di confrontarsi con altri addetti ai lavori e con la propria ristretta cerchia di fedeli critici, il cui parere rappresenta un imprescindibile criterio di valutazione sempre e ad ogni livello di cultura musicale.

Oggi, che (quasi) tutti possono tirar fuori una qualità di suono “decente” (in relazione anche al trend di ascoltare la musica dagli smartphone e/o da sorgenti portatili bluetooth) il suddetto consiglio non riguarda più tanto l’aspetto tecnico in recordingeditingmixingmastering, quanto principalmente il senso artistico di un’opera musicale.

Un vero produttore non è solo colui che “crea la base” (cosa che ormai può fare chiunque), né colui che rende il tuo sound più largo, perfetto, forte e potente, ma è quello che opera in modo che dal “prodotto” finale si riesca a far trasparire quanta più autenticità possibile, quanta più arte possibile, a scapito talvolta della fedeltà e della perfezione, intesa quest’ultima come l’adesione a una qualche moda del momento, ma a favore dell’IDENTITÀ dell’artista (o della band).

Più è alta la fedeltà di un disco (o di un file) e meno autentica è la musica riprodotta.

(Maurizio Marsico)

PREMESSA

Sebbene non ci sia una distinzione netta tra le fasi, sebbene ci si ritrovi spesso a saltare tra una fase e l’altra, e sebbene ci siano artisti che adottano il proprio personale e atipico modus operandi, generalmente si divide l’intero percorso produttivo in tre fasi principali, chiamate rispettivamente PRE-PRODUZIONE, PRODUZIONE e POST-PRODUZIONE.

PRE-PRODUZIONE

(In sala con i The LAREN al lavoro – Fonte: Instagram @larenband )

 

La pre-produzione è la fase antecedente all’ingresso in studio della band, o dell’artista, e ha lo scopo di mettere in luce carenze e potenzialità di un brano (o di un insieme di brani). In questa fase si discutono principalmente tutti gli aspetti legati alla composizione e all’arrangiamento di partenza, e a quelli legati alla scelta degli strumenti, effettistica compresa.

La scrittura di eventuali parti cantate (testo E melodia vocale) può essere già terminata prima ancora della pre-produzione; si può pertanto procedere adattando la musica alle stesse (come sovente avviene nel pop), o scegliendo di riprendere in mano carta e penna e rivedere testo e melodia in funzione della strumentale, scelta quest’ultima più da vera band e meno cantautorale.

Da quanto appena scritto si evince che, proprio in questa fase, si delinea la maggior parte delle scelte stilistiche e compositive ed è, pertanto, la fase più importante e più difficile di tutte, in cui i musicisti (o l’artista ed il suo team) possono anche scontrarsi e avere discussioni: ad essi è pertanto richiesto d’essere abili nel sublimare le proprie divergenze, affinché si trasmutino in nuove idee musicali e in un senso di rinnovata coesione; solitamente questo è possibile grazie alla presenza del leader (che non è per forza il cantante).

Un ottimo lavoro di pre-produzione apre la strada a risultati eccellenti e, in generale, a un’esperienza in studio assolutamente gratificante; sarebbe pertanto opportuno che il produttore, se esterno alla band o al team, presenziasse già da questa fase, per supervisionare l’operato dei musicisti e assicurarsi che, per esempio, non facciano scelte controproducenti ed errori di arrangiamento (cosa in realtà molto comune) che poi si pagherebbero in mixing.

La fase di pre-produzione è anche quella che dovrebbe durare di più: spesso i musicisti si registrano per riascoltarsi, valutare le proprie idee e confrontarsi. Questo è positivo, ma quasi sempre accade che entrino in una spirale di variazioni e stravolgimenti senza fine, perdendosi, ormai stanchi e con le orecchie fuse, tra lattine vuote e sfumature totalmente prive di senso: un altro motivo per il quale sarebbe meglio che il produttore presenziasse alle prove!

Solitamente, in fase pre-produzione, si registra anche un demo, necessario per confrontarsi con i tecnici del suono (qualora non sia lo stesso produttore a occuparsi dell’aspetto tecnico) che seguiranno le fasi successive.

Sino a una quindicina d’anni fa (e qualcuno si ostina a pensarla ancora così), il demo era considerato come la destinazione finale, dopodiché se ne spedivano decine di copie all’attenzione delle più disparate etichette discografiche/case di produzione, e le rimanenti copie si vendevano ai concerti.

Aver fatto il demo, insomma, era il punto d’arrivo di una band emergente.

Non me ne vogliano i dinosauri all’ascolto, ma oggi le cose sono cambiate.

 

PRODUZIONE

(Premessa)

A questo punto dei lavori, ogni diatriba e dubbio circa gli aspetti compositivi deve essere superata: finalmente si “entra in studio” e lo studio costa tempo, e denaro.

Quattro consigli utili prima di iniziare:

  • Aver ben chiaro quali strumenti utilizzare e come utilizzarli PRIMA di entrare in studio è fondamentale; ulteriore spazio alla sperimentazione potrà esser dato in un secondo momento, ma in studio si entra con le idee CHIARE, nel rispetto di voi stessi, dei professionisti che si cureranno di voi e dei vostri compagni di viaggio, che non vorrebbero sborsare somme di denaro stellari a causa delle vostre indecisioni;

 

  • Allenarsi ad un’esecuzione perfetta e il più possibile esente da imprecisioni è FONDAMENTALE, in virtù del tempo/denaro e in virtù del fatto che suonare in studio è difficile: registrare oggi è difficile, si usa un approccio totalmente diverso dagli anni in cui ci si chiudeva in una cantina con dei microfoni sparsi per la stanza. L’approccio alla registrazione oggi richiede un playing preciso e rigoroso, per certi versi è addirittura freddo, ma il risultato ripagherà senz’altro. È vero che una performance imprecisa può essere corretta digitalmente, ma il risultato finale in questo caso non sarà mai totalmente consistente. Allenatevi con il metronomo, anche se l’intenzione in studio fosse quella di non usarlo;

 

  • Al momento dell’ingresso in studio gli strumenti DEVONO essere al top: una chitarra che ronza e che si scorda ogni cinque minuti, un jack lasco e cavi precari NON vanno bene; un synth dai knob rumorosi è un synth che va aperto e controllato, un doppio pedale che cigola va sistemato;

 

  • SPEGNETE i cellulari. Non vorreste mai sapere che la vostra fidanzata vi ha lasciato, tantomeno mentre siete a registrare il disco della vostra carriera.

PRODUZIONE

(Recording)

(Allestimento della sala di ripresa – Fonte: V-Studio, Cagliari)

Dopo l’accoglienza e la sistemazione in studio occorre attenersi al piano di lavoro con professionalità. Solitamente inizia il “tracking” la batteria, pertanto, dopo l’assestamento e l’accordatura dello strumento, si procede con la registrazione della sezione ritmica.

Nel caso in cui il progetto non preveda l’inclusione del batterista, vale comunque la suddetta regola: si faranno prima le parti di drum machine, successivamente i bassi e via via procedendo per gradi, dagli strumenti che costituiscono la struttura portante del brano, sino allo strumento per più tempo in primo piano, generalmente la voce: questo perché, essendo QUEL musicista in primo piano, è importante metterlo in condizioni di beneficiare del trasporto emotivo che un arrangiamento completo può dare;

Non intendo perdermi a filosofare su quale strumento “debba” iniziare e quale invece finire, l’aspetto su cui vorrei porre l’accento è piuttosto un altro: variare l’ordine di registrazione delle diverse parti influenza in maniera considerevole la resa e l’impatto emotivo di tutta la canzone. Il vostro produttore dovrebbe essere in grado di fare la scelta migliore.

NOTA BENE: se l’intero progetto fosse elettronico potrebbe non essere necessario affidarsi ad uno studio di registrazione, almeno per il tracking. Moltissimi generi musicali vengono prodotti totalmente ITB (In The Box: all’interno di una DAW), senza strumenti o musicisti reali, pertanto valutate bene di cosa avete bisogno: ancora una volta, il vostro produttore dovrebbe essere in grado di fare la scelta migliore.

PRODUZIONE

(Editing)

L’editing è la fase in cui il tecnico del suono (o il produttore stesso) si impegna nella pulizia delle tracce prima, durante e dopo il suono. Altrettanta premura è rivolta al perfezionamento di performance non propriamente intonate o a tempo: questo procedimento non può essere dettato unicamente da criteri oggettivi come l’allineamento della waveform alla griglia temporale della DAW, in quanto spesso, un’esecuzione imperfetta può risultare più autentica, gradevole e musicale di un’esecuzione impeccabile.

Interventi di editing audio avanzato possono talvolta richiedere operazioni di flex-time e flex-pitch molto pesanti. Ricordo a tal proposito che, nel mio articolo sulla produzione di musica elettronica, ho già affrontato l’argomento rimarcando l’importanza della corretta scelta della frequenza di campionamento, in soldoni: più campioni audio hai preso nell’unità di tempo, meno ciascun campione subirà un deterioramento udibile quando “tiri” digitalmente l’intera take per metterla a tempo. Stessa cosa vale per l’intonazione, perciò, in parole ancora più povere: se proprio devi lavorare con musicisti scarsi, e lo sai in anticipo, usa una frequenza di campionamento elevata.

Sempre in questa fase si correggono tutti gli eventuali disallineamenti di fase (NON a priori, ma soltanto laddove essi risultino controproducenti), nonché le latenze date da strumenti elettronici interfacciati con connessioni MIDI: nel caso di sequenze elettroniche, infatti, è spesso preferibile che i suoni siano perfettamente sincronizzati e a tempo.

Tuttavia, come al solito, non c’è una regola fissa, e la precisione chirurgica del processo di quantizzazione degli eventi MIDI potrebbe non essere la scelta artistica più azzeccata. Non è un caso consueto, ma è bene sapere che esiste, nella maggior parte delle DAW, la funzione humanize, che simula l’errore umano e genera imprecisioni casuali di allineamento temporale, intonazione e velocity.

(funzione Humanize su DAW Apple Logic Pro X – Fonte: Studio Analog Arts)

La funzione humanize è molto interessante, soprattutto nella programmazione di una batteria elettronica con i suoni di un set acustico, in quanto consente, a mani esperte, di ricreare con fedeltà sbalorditiva il feeling umano di un batterista reale.

Le funzionalità offerte dalle moderne DAW (Logic Pro X in primis) consentono di creare parti ritmiche potenzialmente indistinguibili dalla performance di un batterista in carne e ossa, ma bisogna essere estremamente abili, nonché conoscitori della batteria acustica e, cosa più importante, porsi dei limiti: sarebbe infatti utile, in fase di programmazione della batteria elettronica, tenere a mente che un batterista vero ha solo due braccia…

(Una “Drummer Region” e il suo specifico editor, in Logic Pro X – Fonte: Studio Analog Arts)

Vorrei infine puntualizzare che l’editing può spaziare ben oltre al campo della correzione, e che tutto dipende dalla visione e dall’abilità del produttore: l’editing è anche il taglio e la manipolazione dell’audio a scopo creativo, pratica in voga già all’epoca dei pionieri della registrazione e soprattutto, della musica elettronica, intesa come tutta quella musica, anche quella prodotta con strumenti acustici, che subisce un trattamento elettronico del segnale registrato.

PRODUZIONE

(Mixing)

La fase di mixing è quella in cui si da vera vita e spazialità al pezzo, in cui ogni suono ottiene sia una collocazione nel panorama stereo, che una distanza e un senso di profondità, ma non solo: un mix fatto ad arte regala una vera e propria sensazione di vita e di movimento all’ascoltatore, ed esalta l’autenticità dei musicisti e delle loro idee.

Il mixing è però anche la fase in cui si scolpiscono i suoni precedentemente acquisiti, tramite effettistica dedicata e talvolta adottando soluzioni sperimentali e inconsuete, infrangendo una o più regole sino a ottenere il risultato voluto.

Alcuni, soprattutto i fonici, e soprattutto quelli old-school, si ostinano ancora a includere il mixing nella post-produzione. Questo è corretto laddove per mixing si intenda semplicemente l’insieme degli interventi di prassi concernenti l’equalizzazione, il controllo dei livelli, della direzionalità stereofonica e l’applicazione di effetti d’ambiente, ma è impensabile che oggigiorno il mixing si limiti a questo: oggi il mixing è molto di più, e tutto ciò che è stato deciso fino al mixing può essere stravolto, sino a dare al pezzo un carattere completamente diverso. Si pensi che, qualsiasi DAW si prenda in considerazione oggi, può ospitare un arsenale di plug-in processori di segnale talmente vasto che nell’universo analogico occuperebbe lo spazio non di uno studio, ma di un campo di calcio!

Dinnanzi alla mole di plug-in e processori disponibili oggi non è facile, forse neanche possibile, quantificare il numero di soluzioni creative, prettamente artistiche ed estetiche e non più tecniche che si hanno a disposizione: la produzione musicale moderna richiede pertanto una visione d’insieme e un’elasticità tali che includere il processo di mixing nella fase di post-produzione, semplicemente, non ha più senso.

POST-PRODUZIONE

(Mastering)

Per qualcuno è l’arte oscura dell’intero processo produttivo, per altri una fase miracolosa in cui tutto si aggiusta. Discostandomi preventivamente dalle leggende metropolitane sul mastering (sono davvero troppe), dirò solo che è la fase in cui si realizza il “master”, prodotto finale, pronto per la duplicazione e la distribuzione.

Se le fasi precedenti sono state condotte con cura e precisione, il mastering riguarderà soltanto l’ottimizzazione dell’equilibrio fra i livelli di ciascun brano, dell’equalizzazione e dell’immagine stereofonica. Nel caso in cui l’audio debba essere preparato per essere masterizzato su cd, potrebbe essere necessario un downsampling, in quanto le caratteristiche richieste dal supporto (profondità di 16 bit, frequenza di campionamento di 44.100Hz) sono quasi certamente inferiori rispetto a quelle con cui l’audio è stato prodotto. Per aggirare le distorsioni dovute al troncamento dei bit, si utilizzano algoritmi di dithering atti a mascherare i conseguenti artefatti digitali con l’aggiunta di un rumore casuale, in modo particolare sul range di frequenze in cui essi sarebbero più facilmente udibili dall’orecchio umano.

Se il master viene preparato per la distribuzione su supporto digitale o web, all’interno dei file audio di ciascuna traccia verranno caricati i metadati, ossia informazioni che descrivono il contenuto del file quali l’identità degli autori, degli elaboratori della parte musicale, la descrizione del genere musicale, la data di realizzazione del master e i codici ISRC, codici univoci identificativi della registrazione a cura del produttore.

Nello standard MFiT (Mastered For iTunes) il prodotto del mastering è un file audio AAC contenente anche informazioni riguardanti il livello di volume medio, su cui le app di riproduzione musicale degli smartphone di ultima generazione, e alcune piattaforme di streaming come YouTube, si basano per la regolazione automatica del volume, a vantaggio dell’esperienza d’ascolto dell’utente finale, soprattutto qualora brani masterizzati a volumi molto diversi si trovino nella stessa playlist.

CONCLUSIONI

Che voi siate degli artisti solisti, o musicisti di una band, quando arriva il momento di produrre il vostro lavoro, non siate rigidi nel voler fare tutto da soli. Oggi la tecnologia permette davvero a chiunque, con una spesa minima, di ottenere risultati dalla resa sonora veramente strabiliante, ma se volete fare qualcosa che conta davvero, non sottovalutate le potenzialità che solo una produzione artistica professionale è in grado di tirar fuori da voi stessi e dalla vostra musica.

Se invece siete dei produttori o aspiranti tali, non siate restii al confronto con altri produttori, non abbiate rivali ma alleati, sperimentate e cercate di mettere le mani su quante più macchine diverse, ascoltate i musicisti e uscite più spesso con chi la musica semplicemente la ascolta.

In altre parole, non chiudetevi:

La musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme.”

(Ezio Bosso)